G7 di Taormina: intervista a Giampiero Gramaglia

Giampiero_Gramaglia

Con Giampiero Gramaglia, e corrispondente Ansa a Parigi, Bruxelles e Washington ed analista internazionale, l’esame delle prospettive e dei temi del G7 alla vigilia del meeting ospitato dall’Italia a Taormina.

Prima di tutto una considerazione sulla formula del G7 che non comprende più la Russia, né comprende Paesi strategici sul piano globale come Cina e India. Ha ancora un senso e un potere di confronto reale?

Il G7, che non ha mai avuto potere decisionale, ha ormai perso da tempo potere d’influenza, ma resta un’occasione d’incontro e di confronto potenzialmente utile, se non si riduce a pantomima politica e diplomatica. I Sette Grandi rappresentano una fetta di Mondo insufficiente a esercitare una governance globale, altre formule finora testate, come il G20, non hanno finora dato risultati convincenti e soddisfacenti. Né ci si può affidare a strumenti più tradizionali, ma quasi mai al passo con gli eventi, come il Consiglio di Sicurezza dell’Onu o, sul fronte economico, il Fondo monetario internazionale. A livello di governance globale, c’è un vuoto da colmare.

Sarà il primo Vertice per quattro leader: Macron, May, Trump e il nostro capo del governo Gentiloni. Con quale forza carismatica e contrattuale si presenteranno?

Molto diversa l’uno dall’altro. Macron, il più nuovo, desta speranza e curiosità, ma arriva al Vertice nella terra di mezzo tra le presidenziali e le politiche. Trump suscita timori e perplessità, ma potrebbe sollevare cortine fumogene sulle sue posizioni, specie su clima e libertà degli scambi, cercando di evitare scontri frontali. La May e Gentiloni sono due esordienti, ma la loro potrebbe anche essere una toccata e fuga: la premier britannica è attesa l’8 giugno dalle elezioni politiche; e il premier italiano ha il termine del suo mandato coincidente con il termine della legislatura, al più tardi l’inverno prossimo. Gentiloni ha, dalla sua, il ruolo di presidente, ma difficilmente saprà – e vorrà – essere un mattatore.

Quale peso e quali conseguenze avrà questo Vertice sull’immigrazione e sulla crisi umanitaria nel Mediterraneo, tema fortemente voluto dall’Italia come centrale del G7?

Sfortunatamente, temo che, a parte parole di riconoscimento a quanto fatto dall’Italia e affermazioni di generico sostegno, l’impatto concreto sarà modesto. Del resto, questo non è tema da G7, perché il coinvolgimento di Usa, Canada e Giappone è ovviamente relativo, ma da Ue (ed eventualmente da agenzie dell’Onu).

Il G7 giunge in un momento di tensioni e crisi globali. Saranno possibili posizioni convergenti nonostante le nuove politiche degli Usa e le divisioni in Europa?

Posizioni convergenti saranno di sicuro espresse: tutti sono contro il terrorismo e tutti sono favorevoli alla crescita e all’occupazione. Ovviamente, più sono generiche meno sono significative: l’impressione di partenza è più quella di un incontro ‘per annusarsi’ che per decidere, visti quanti sono gli esordienti e i ‘pendenti’ – oltre alla May e a Gentiloni, anche la Merkel, attesa alla prova del voto il 24 settembre -.

Siamo presidenti, ma siamo anche continuamente sotto osservazione. Come si presenta l’Italia a questo G7 e quale peso può avere sul piano globale ed europeo?

Questa Italia è, in primo luogo, sotto propria osservazione, perennemente in clima elettorale, incerta delle proprie scelte e del proprio futuro. A parte gli apprezzamenti dei partner, più o meno di maniera, difficile immaginarsi e illudersi che abbia un peso globale e/o europeo. Anche se retorica e narrativa italiche di questi e dei prossimi giorni cercheranno di farlo credere.